venerdì 16 giugno 2017

LE SOLITE CANZONI DI MERDA DELL'ESTATE

Lo so non è lunedì, ma con tutta sincerità solo adesso ho un po’ di tempo libero, così ne approfitto e scrivo ora. Questa notte non ho fatto altro che pensare alle canzoni che le case discografiche ci propinano tramite le radio per tutta la durata dell’estate. Ascolto la radio tutti i giorni, in macchina, a casa, mi piace tanto la radio, mi fa compagnia, ho i miei programmi preferiti, però la musica che passano dio mio, la musica è uno scempio, un omicidio di massa dei timpani. Ho fatto una classifica dei brani più gettonati, che poi ovviamente sono anche i più brutti  dell’estate e se cito fra questi il vostro artista preferito mi dispiace, anzi no, non me ne frega niente, mi dispiace solo per il fatto che sia il vostro artista preferito, avreste potuto sceglier di meglio.
Al primo posto troviamo l’immensa figura di merda della musica italiana Giusi Ferreri con il brano “Partiti adesso”. Il testo è composto da una serie di frasi messe lì a cazzo, totalmente prive di un senso compiuto, potrebbero finanche sembrare degli haiku per quanto è complesso il loro significato. Faccio un esempio “ragazzo ragazza dentro a baci di sabbia che si specchiano nudi nell'aria”. Qui si sprecano anche le figure retoriche: iperboli, metafore, non voglio esagerare ma nell'insieme ci vedo anche un po’ di futurismo alla Marinetti. Il tutto poi condito dalla suadente voce dell’interprete, che ci fa accapponare la pelle dal dolore. Dentro questa donna deve per forza albergare un mostro di proporzioni enormi che in continuazione le uncina le corde vocali. La cosa che però più mi fa specie è che tutti dicono che Giusi Ferreri ha una voce di merda, inquietante, oscena ecc ecc, eppure sempre alla radio me la ritrovo.
Al secondo posto troviamo il semi sconosciuto e paraculissimo vincitore di Sanremo, Gigi Sabani. No, mi sono sbagliata, si chiama Gigi Gabbani, anzi no Francesco Gabbani. Dopo Sanremo mi sono chiesta mille volte come sarebbe stato andare ad un suo concerto, avrebbe suonato per 1 e mezza il pezzo con il quale ha vinto? E avrebbe fatto pure il bis con lo spesso pezzo? Non lo saprò mai. Per questa estate nel frattempo ci delizia con un pezzo che si chiama “tra le granite e le granate” ma dove il vero incipit della canzone è la frase “E STATE”. Un gaio giuoco di parole, non trovate? Il pezzo ricco di frasi ad effetto e riferimenti colti verso il sociale ( “sotto il monumento turisti al campo di concentramento”) ha un ritornello che mi fa venire certi nervi che non vi dico. Un “nananana” da volta stomaco, che ti entra nel cervello come un tarlo incazzato e ti trapana la materia grigia con una perizia che solo appunto un tarlo può avere. In più Gabbani/Sabani ha un timbro di voce fastidioso quasi quanto quello delle Ferreri.
Al terzo posto c’è Alexia. Non ho parole, ha un pezzo intitolato “beata gioventù”, ma chi cazzo sei? Lorenzo De Medici? Alexia, mia cara piccola amica, ti ricordo che la tua canzone di maggior successo “Think about the way” è stata la colonna sonora di un film dove appunto dei giovani (non troppo beati) si facevano di eroina et similia fino a morirne. Il film (poetico e tragico) era Trainspotting.
Al quarto posto col cuore in mano e un forte dolore al braccio sinistro, vi comunico che c’è Tiziano Ferro, con una canzone che più di merda non si può. Tiziano perché?  Avevi forse bisogno di soldi? No, non credo. Avevi bisogno lasciare la tua orma nell’estate 2017? Non lo hai fatto.
Hai scritto con i piedi una canzone dal titolo Lento/Veloce, che ad un certo punto dio mio recita così “l’estate è tornata e chiede di te, ritorna senza avvisare  eh eh eh …ecc, ti amo amore mio”. No, non lo accetto. Prima mi fai illudere con quella bella canzone (orecchiabile e piacevole) con Carmen Consoli, e poi fai sta cagata? Tizià, ogni tanto scrivi delle belle canzoni devo ammetterlo, ma quando ti fai plasmare dalle leggi del mercato sei peggio pure di Max Pezzali con i suoi 883 chili di troppo.
Infine, a proposito di musica, volevo dire che vendo un biglietto del concerto dei RADIOHEAD.
Contattatemi in privato. Ciao.
                                               
 La foto di oggi ritrae un magnifico Tom Jones re dei tamarri che con il suo fascino ha piegato come giunchi intiere legioni di donne di tutte le età, compresa me. 

lunedì 22 maggio 2017

Ilaria e il magico mondo dei...peli.

Amiche mie, il post di oggi riguarda in prima persona noi ragazze, il nostro scarso tempismo e la nostra innata dote nel coprirci talvolta di ridicolo.
Circa 5 o 6 anni fa ho avuto uno strano problema ad un alluce, in poche parole mi diventava tutto blu scuro e mi faceva un male cane, sembrava morto per il colorito e vivissimo per quanto riguarda il dolore. Mi feci guardare il piede da più medici, mi feci addirittura una tac per vedere che non ci fosse un trombo da qualche parte e in ultimo approdai da un angiologo, il dottore delle vene.
Era inverno, vacanze di natale, faceva un freddo becco e visto il mio odio nei confronti dei medici non avevo proprio voglia di andarci. Faccio una precisazione, non odio i medici in senso letterale, li stimo, li apprezzo, ma se posso fare a meno di incontrarli dal punto di vista lavorativo è meglio. Comunque non potevo non andare, mio padre mi aveva preso l’appuntamento e se non mi ci fossi recata mi avrebbe cazziato almeno per una settimana, perché io mi lamento in continuo dei miei mille mali ma poi non mi faccio mai visitare da nessuno. Poiché il posto in cui provavo dolore era un dito del piede, prima di andare a fare la visita mi feci un pedicure grossolano (solo a quel piede ovviamente) ed andai. Una volta nello studio il dottore mi chiese un po’ di particolari circa il mio malessere, poi controllò la cartella clinica che gli avevo portato e poi mi disse una cosa agghiacciante: bene, ora può togliere i pantaloni così farò la visita.
Io “scusi, perché mi devo togliere i pantaloni se mi fa male l’alluce, non basta togliere scarpa e calzino?”
Lui “eh no, devo fare l’eco doppler a tutte e due le gambe”
Io “cos’è l’eco doppler?”
Lui “è un’ecografia, devo controllare tutte le vene delle gambe, è importante per fare una diagnosi completa”.
In quel momento mi è crollato il mondo addosso, avrei preferito che mi si aprisse una voragine sotto i piedi e che fosse comparso un mostro dagli abissi con il compito di divorare anche l’ultimo ossicino del mio corpo. Che figura di merda che stavo per fare, che vita infelice, che destino infame. Ragà, avevo dei peli alle gambe così lunghi che manco i cani, proprio nemmeno i cani!
E ora non venitemi a dire che un medico non fa attenzione a certi particolari perché non ci credo. Da quel momento non ho più respirato, sono stata in apnea, non ho sentito una parola di quello che ha detto perché non ho fatto altro che pensare a i miei cazzo di peli. Sembravo Ciubecca che si fa un’ecografia. Sentivo il cursore dell’ecografo che scivolava male sulle mie gambe, pensavo che il dottore pensasse “madò, ma guarda tu che peli che ha questa”, pensavo che mai più mi sarei dovuta trascurare in quel modo perché ero una ragazza nel fiore degli anni, pensavo a quella piccola merda di alluce che mi aveva portato in quello studio medico. E poi parliamoci chiaro, non è che io abbia origini finniche, nel senso che la mia peluria non è color del grano dorato, no, manco per niente, i miei peli sono color pece scuro, neri come un tizzone.
A fine visita il medico mi ha detto che potevo rivestirmi (ringraziando il padre eterno), mi sono infilata i pantaloni, i calzini e le scarpe, mi ha detto che le vene erano a posto e che con qualche medicinale il dito sarebbe tornato come prima e me ne sono andata. Sconfitta. Desolata. Come un vaso traboccante vergogna.  

Non ho mai più rivisto quel medico, ma il ricordo di lui alle prese con le mie gambe pelose per me rimane indelebile. 

lunedì 8 maggio 2017

LA MOSCA

Credo di avere qualche problema con le mosche. Vi ricordate che questa estate fui punta sulla fronte da una mosca cavallina e un altro po’ facevo la fine dello scarrafone di Kafka? Bene, l’altra notte non è che sono stata punta nuovamente, no, mi è successa una cosa ancora più repellente.
La cosa che però non mi è chiara è il perché le mosche ce l’abbiano così tanto con me. Sono forse una merda? Si, un po’ lo sono. Da bambina ero un pochino merda, da adolescente anche, da adulta devo dire che sono proprio diventata una grande merda. Non sopporto un sacco di cose, sono irascibile, talvolta antipatica, mi saltano i nervi per un nonnulla, mi fisso su certi particolari che mi infastidiscono (tipo le mani di una cameriera in un locale dove talvolta vado a mangiare, ha delle mani enormi, certe manone che non è possibile che possano appartenere ad una donna, sono tremende), non passo su niente e mi incazzo spesso.
Però non credo che tutto ciò possa bastare a spiegare questo astio delle mosche nei miei confronti.
L’altra sera sono andata a letto piuttosto tardi, cioè sono mi sono coricata ad un orario accettabile però ho letto fino a notte fonda. Prima di andare a letto porto sempre con me una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo perché la notte bevo tantissimo, tipo un cammello, praticamente quello che dovrei bere durante il giorno lo bevo durante la notte. Tra una pagina e l’altra credo di aver bevuto un litro d’acqua (se vi state chiedendo se poi vado a fare la pipì ogni 10 minuti scordatevelo, non mi alzo mai), quando poi mi si stavano per chiudere gli occhi ho controllato di avere acqua a sufficienza e ho augurato la buona notte anche a quella stronza di mosca che ronzava in camera e che un po’ per pigrizia e un po’ per inerzia non ero riuscita a scacciare fuori dalla finestra.
Dormivo alla grande quando ad un certo punto mi sono resa conto di sognare di avere in bocca un pugno di sabbia, della terra polverosa, così nel pieno dormiveglia ho sporto una mano verso il comodino ed ho afferrato la mia benedetta bottiglia d’acqua. Ho fatto un sorso di quelli potenti, di quelli che sembra che non bevi da ore mentre stai sotto un sole cocente in mezzo ad un deserto, ho bevuto con tutti e 5 i sensi, ah e che piacere. Dopo aver ingoiato quella cascata d’acqua mi sono accorta di avere qualcosa in bocca, tipo una mollica di pane inzuppata ed ho pensato “ma se l’acqua l’ho aperta in camera come c’è finita una mollica di pane dentro?”. Si, nonostante fossi completamente rincoglionita di sonno ho avuto la lucidità di pensare ad una cosa del genere. Così ho sputato quella cosa che avevo in bocca ed ho acceso la luce, ho guardato a terra ed ho visto la mosca. Una mosca kamikaze. Maledizione, stavo per masticare ed ingoiare una mosca.
Un fatto è ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, un altro è trovarsi con una mosca affogata e molliccia in bocca, cazzo.
Caro esercito delle mosche, cos'altro avete in serbo per me? In quale altro modo raccapricciante volete punirmi? E perché?
Questa esperienza mi ha segnato tanto che ormai prima di attaccarmi alla bottiglia d’acqua come Charles Bukowski farebbe con una bottiglia di whisky, accendo la luce e controllo che dentro non ci siano mosche malefiche.
 
PS: Volevo mettere l’immagine in cui Jeff Goldblum (il protagonista del film) vomita sul cibo come una vera mosca ma poi ho pensato che faceva veramente troppo schifo. 
Ps2: mi sono appena accorta di non aver scritto il blog per quasi un mese, chiedo scusa!

lunedì 10 aprile 2017

I'M A SINGLE LADY

Ormai sono passati più di tre mesi, tre mesi in cui ho sentito le urla più disumane di tutta la mia vita, gli strilli più acuti, i vocalizzi più estremi, gli sbraiti più incazzosi, a questo punto credo che la famiglia al piano di sopra sia ormai totalmente fuori controllo.
Cosa posso fare? Nulla, non posso fare nulla. E perché? Perché ho paura.
Ho paura della signora, che contestualmente è moglie, padrona di un cane e infine madre. Urla così forte contro il marito, il figlio e il cane che certe volte penso che le verrà un infarto. So chi è, l’ho vista più volte qua sotto quando esce con la macchina, però mi manca il coraggio di parlarle perché credo che se le dico qualcosa mi abboffa di mazzate.
Il primo allucco della giornata è alle 7 del mattino, quando dolcemente sveglia il figlio: “MARIOOOOOOOOOOOO, MARIOOOOOO ALZATI, MANNAGGIA A TE MARIOOOOO MI FAI FARE SEMPRE TARDIIIIII”. E poi da qui il finimondo: Mario che strilla perché non si vuole alzare, lei che strilla perché la colazione è pronta, il cane abbaia e lei cazzia il cane perché abbaia e tutto questo si protrae sino alle 8 e 30, poi ringraziando il cielo Mario è pronto e se ne va a scuola. Lei però resta un altro po’ a casa, il tempo di una telefonata con qualcuno, durante la quale immancabilmente scoppia a piangere e dice che nessuno la capisce, dopo la telefonata attacca l’aspirapolvere e aspira per una buona mezz’ora e nel frattempo urla contro il cane perché non sta nella sua cuccia. Poi Mario torna da scuola e entra in casa sempre allegro e canterino, gli piace assai cantare “single lady” di Beyonce. E canta “I’m a single lady, i’m single lady, ohohoho, ohohohoh” e mi piace quando canta, solo che poi canta troppo e la mamma si incazza perché invece di andare a mangiare canta e quindi lei inizia ad urlare. Poi inizia la guerra dei compiti e Mario piange e si lamenta e lei che cosa dice secondo voi? “MARIOOOOOOO, I COMPITI, BENEDETTO IL SIGNORE, FAI I COMPITIIIIIIII”. Ma Mario ormai è partito per la tangente e non smette più di frignare. A questo punto lei riattacca l’aspirapolvere e aspira e sbatte con la scopetta a destra e a manca, forse un po’ per non sentire Mario e un po’ per scaricare la rabbia.
Ogni tanto sento anche il marito, ma lui non urla mai, proprio mai. Lui parla poco, sussurra qualche frase, sembra un uomo dolce, ma magari è uno stronzo e si merita di stare con una urlatrice del genere.
Ora le alternative sono queste: aspetto che Mario cresca, ma credo che abbia circa 8 anni, quindi per altri 5 anni sarà un bambino. Oppure prendo coraggio e le chiedo di abbassare la voce e lei potrebbe menarmi seduta stante o dirmi che lei non urla mai e quindi salire a casa e cazziare tutto il nucleo familiare perché quella del piano di sotto le ha detto che strilla troppo e che se lei urla è solo colpa loro. Quest’ultima ipotesi mi fa più paura che essere picchiata, perché non devi mai dire ad una donna, madre di famiglia, che non sta svolgendo nel migliore dei modi il suo compito (perché il sotto-testo alla mia richiesta sarebbe questo) e non devi mai dire ad una donna che strilla come un’invasata che appunto strilla come un’invasata.

L’ultima cosa che mi è venuta in mente è quella di lasciare attaccato al loro portone un biglietto con su scritto “IO SENTO TUTTO” senza firma, nel pieno anonimato, così da sembrare un messaggio occulto avvolto nel mistero, lasciato lì da un’entità ultraterrena che sente e che sa tutto. Nel frattempo, mentre scrivo, sopra di me si sta scatenando la terza guerra mondiale perché a quanto pare Mario non trova più il diario e non sa che compiti ha per domani...e che ve lo dico a fare! 

lunedì 3 aprile 2017

Direttamente dal Medioevo

Sono appena tornata da un viaggio incredibile. Sono stanca morta, ho addosso un jet lag impressionante, mi pare di non dormire da almeno 72 ore, sono tutta scombussolata e confusa. La cosa assurda è che per fare questo viaggio non ho preso un treno né tanto meno un aereo, questo viaggio l’ho fatto in una macchina del tempo e sono andata indietro di circa 800 anni, proprio nel bel mezzo del Medioevo. Per una serie di coincidenze che non sto qui a spiegare mi sono trovata scaraventata nel bel mezzo del Lazio, in un posto dimenticato da dio dove l’unico segno di civiltà era uno splendido ed imponete castello. Non sapevo cosa fare, ero tutta sola ai piedi del monte dove si ergeva la fortezza, fra i milioni di viaggi che ho fatto sia nel mio tempo che in altri mai mi ero ritrovata in un periodo del genere e le mie basi sui “buoni comportamenti medievali” diciamo che non sono il massimo. Ho preso coraggio e sono salita, ho superato il ponte di legno che permette l’accesso al grande portone del complesso e timidamente ho bussato.
“Qui est?” mi hanno chiesto dall'altra parte del portone.
“Emmhhh, sunt domna quo viene dal futurio”. Ho risposto io alla meno peggio, tanto nel medioevo non è che parlassero il latino di Cicerone, né il nostro italiano, ho provato con un volgare da me medesima inventato al momento ed ha funzionato.
“Quid volete domna futura?”
“Mi sono perduta et non pote trovare la via de casa mea, aiuto necessito, oh buon homo”.
“Et va bene domna, entrate, che mai si dica che in codesto borgo non semo ospitali et acolienti”.
Una volta varcata la soglia del grande e monumentale portale mi sono ritrovata in un grande spiazzo dove c’era tanta gente affaccendata: i contadini coi loro banchetti, un fabbro che ferrava un cavallo, cataste di legna, galline, pecore e capre governate da un giovanotto, fuocherelli accesi un po’ ovunque, soldati, donne e bambini, in sostanza la corte interna del castello brulicava di gente mentre fuori le mura non c’era nessuno.
Un volta dentro mi sono resa conto che il mio interlocutore era un monaco francescano, molto alto e in carne, con le mani grosse e tutte sporche di inchiostro.
“Ave, fratello” ho detto “non conosco absolutamente codesto posto, non so in quale modus vi sono arrivata, chiedo solo un rifugium per la nocte”
“Oh sorella, non temete, hic sunt multi amici, alimentum et un giaciglio per i viandanti”
Con tutta onestà mi sono subito fidata del monaco, mi sembrava uno a posto, l’unica cosa che mi lasciava perplessa erano le mani sporche di inchiostro, avrei dovuto dirgli di lavarle molto bene e non metterle mai in bocca? Decisi di farmi gli affari miei.
Dopo avermi accompagnata all’interno di una taverna il frate mi ha lasciata in compagnia di un bellissimo e biondissimo cavaliere.
“Cosa befete tonna? Cosa volere manciare?” Era tedesco, me ne sono accorta subito.
“Mi aggraderebbe un poco di acqua e un tozzo di pane, se est possibile pure un sorso di vino rubino”. Subito fui servita, bevvi un gran sorso di acqua, mangiai un po’ di pane e poi assaggia il vino che faceva schifissimo, era aceto, ma così acido che un altro po’ mi uscivano gli occhi dalle orbite.
“Perché cueste lacrime donzella? Un prutto ricordo riaffiora nella fostra mente?”
“No, no, è che il vino è assai forte, non vi offendete se non lo bevo?”
“Lo berrò io e fi racconterò la mia storia. Sono disperato, a causa di antico e perfido incantesimo, io e la mia donna non potremmo mai più incontrarci. Di giorno io sono uomo e lei falco, di notte io sono lupo e lei donna”. E come glielo dovevo dire che sapevo già perfettamente come sarebbe finita la sua storia d’amore? Anche in quel caso decisi di farmi gli affari miei.
A quel punto ero molto stanca, fuori era buio e una coltre di nebbia era scesa su tutto il castello, nel cortile non c’era più nessuno, un silenzio ovattato e sinistro mi faceva venire i brividi. Il monaco mi accompagnò in una stanza fredda, mi mostrò il mio letto (una balla di fieno con sopra una coperta di lana) e mi augurò la buona notte.
Il giorno appresso mi sono svegliata nel mio letto, sotto al mio morbido piumone, nel calore della mia stanza ed ho pensato “certo che sono proprio una stronza, glielo potevo dire come finivano le loro storie!”                                      
Questo è il Castello Orsini di Nerola, l'ameno luogo dove mi sono perduta.

lunedì 27 marzo 2017

Can you hear me?

Aiutatemi, sono stata ingoiata dalla mia scrivania.
Ora ci sono due batman che cercano di trovarmi ma la vedo difficile. Potrei essere ovunque: in quel cestino sotto la matassa di spago, sotto la pila di Linus, incastrata nella macchina da cucire, in quella cappelliera, potrei essere nel posacenere, oppure in quella scatola gialla dietro la cappelliera, forse nei portapenne, forse nella stampante, o anche in quell'orrido porta documenti fiorato. Mi viene da piangere, nessuno mi sente. Provo a lasciare un messaggio, spero funzioni.

 

lunedì 20 marzo 2017

IO E ALTRI ANIMALI

 
Durante la mia mattinata bucolica ho fatto un sacco di incontri stravaganti. Ero con la mia muta di cani (sono in 3, credo che si possa chiamarla muta) ed eravamo tutti affaccendati nelle nostre cose. Io raccoglievo asparagi selvatici, loro seguivano tracce indistinte, scavavano buche, annusavano l’aria, si rincorrevano un po’, si addentravano nei cespugli alla ricerca di qualcosa di inesistente, andavano avanti e dietro, di lato, saltavano da un muretto all'altro, insomma facevano i cani. Eravamo abbastanza lontani da casa, eravamo soli e liberi di fare quello che volevamo. E cosa facciamo io e la mia muta di cani quando siamo soli? Ci facciamo un sacco di chiacchiere, ma mica solo tra noi 4, noi affliggiamo la salute anche a tutti gli altri animali del bosco.
Il sole si affacciava timido tra i rami, un venticello leggero accarezzava il fogliame e fra gli alberi un merlo gracchiava querulo.
“Ei merlo, di che ti lamenti?” gli ho chiesto, e lui “ma che ne sai tu? Mi lamento quanto mi pare, dì ai tuoi cani di non fare troppo baccano che su questo ramo ci sono i miei piccoli che cercano di dormire. La mamma è andata a prendere due vermetti e se si svegliano e non la trovano non sai che succede. Su avanti, allontanatevi da quest’albero.”
Così ho chiamato i cani e ci siamo allontanati.
“Ti fai dare ordini da un merlo?” Mi ha chiesto Tuco con la sua solita aria tronfia e boriosa.
“E dai, non essere il solito cane polemico, allontaniamoci e basta”.
Non molto lontano su di un masso liscio e levigato, una lucertola verde smeraldo appena sveglia dopo un lungo letargo, prendeva il sole abbigliata all'ultima moda con un bikini fatto di foglie secche.
“Eccola, eccola, l’acchiappo, me lo sento, è mia, non la toccate, la prendo, sì che la prendo.”
Ovviamente la voce petulante di Biondo ha svegliato la lucertola che mogia mogia si è nascosta sotto una pietra e ha detto “cane fesso che non sei altro, ma credi che non ti senta? Sono una lucertola, io sento tutto.”
Ovviamente a Biondo questa frase non è piaciuta per niente e incazzato nero ha buttato giù tutto il muretto di pietre e cosa ha risolto alla fine? Nulla, ha incontrato un lungo mille piedi peloso che lo ha mandato poco gentilmente a quel paese.
Mentre loro 3 continuavano instancabilmente a rompere le scatole a tutte le specie di animali viventi, io tranquilla cercavo e trovavo tanti bei asparagi, in mano ne avevo un bel mazzetto, ero soddisfatta.
Però non ero proprio tranquilla, infatti qualche giorno fa mio cugino mentre raccoglieva anch'egli asparagi nel boschetto limitrofo alla sua casa, ha avuto un incontro tutt'altro che piacevole. Mentre era chino in una posizione contorta per prendere un asparago che si trovava in mezzo ad un rovo di spine, per poco non veniva morso da una vipera. La vipera infatti era di fianco all'asparago e quando ha visto la mano di mio cugino accanto a sé ha sibilato “togli immediatamente la mano da qui, allontanati seduta stante, fai quello che dico e nessuno si farà male.” Però mio cugino era come paralizzato dalla paura e proprio non riusciva a muoversi. Quella stronza si è impettita, ha sollevato la sua testolina schiacciata e gli ha mostrato la lingua, i denti e pure il suo collo gonfio di veleno. A quel punto mio cugino è rinsavito e se ne è tornato a casa abbastanza traumatizzato.
Mentre pensavo a questa storia ho visto un bell'asparago verde scuro che cresceva robusto in mezzo a delle rocce. Mi sono inerpicata su questa montagnola di pietre, ne ho smosse un po’ troppe e com'è d’uopo sono caduta, mentre cadevo con la coda dell’occhio ho visto strisciarmi accanto velocissima una biscia nera ed ho urlato. Non l’avessi mai fatto, tutti e 3 i cani sono arrivati concitati e nervosi, Poppy dettava ordini: “Tuco tu insegui la biscia, Biondo tu cerca di sbarrarle la strada, io nel frattempo lecco in faccia la mia padrona perché la vedo debole”.
Ed io “Ma no ragazzi, non è successo niente, lasciate in pace quella povera biscia, è più spaventata di me, torniamo a casa forza”. Nel frattempo intorno a noi gruppi di scoiattoli saltellavano leggeri da un ramo all'altro e con voce garrula prendevano in giro la mia muta di cani: “buuuu, buuuu, chi non salta cane è, buuu, buuu”. 
A quel punto non ci ho visto più, ero proprio arrabbiata, ho incrociato lo sguardo di uno di quegli indisponenti roditori e gli ho detto “devi solo sperare che le tue zampe non tocchino mai terra, perché quando succederà e succederà, incontrerai uno di questi 3 cani e di te non resterà che quella coda spelacchiata”.

Così i cani mi hanno fatto un applauso e piano piano siamo tornati verso casa. 
                          Questo quadro di Paolo Uccello ritrae me che catturo uno scoiattolo.